L’inganno del web 2.0

Un coccodrillo scostante su Friendfieed e un ricordo un po’ più affettuoso da parte di un amico di rete dai tempi dei modem a 2400 baud avevano attirato la mia attenzione su un personaggio che ho ritrovato nella libreria di un amico sociologo. Ho letto quindi avidamente il libro, con la curiosità di vedere che cosa si nascondesse dietro un personaggio controverso, che chissà come non mi era familiare.

Molto brevemente, non c’è pagina del libro sulla quale in definitiva io non sia d’accordo e, se ci sono chiose da fare, si può parlare di quello che è stato lasciato fuori dal mirino.

Non ci sono dubbi, per incominciare, sul fatto che la blogosfera italiana sia un circolo di poche persone, sostanzialmente autoreferenziali e che, in massima parte si possono lasciare fuori dalla reading list, o quantomeno in fondo, senza compromettere la propria crescita. Diversi mesi di frequentazione assidua di FriendFeed e di lettura dei feed mi hanno convinto del fatto che non avere trovato tesori non dipende dalla malaccortezza nel ricercare.

D’altra parte, se pure il web 2.0 è prodigo di promesse e avaro di risultati, restano due punti da considerare.

Il primo è che Internet è sempre Internet, lo spazio di informazione facilmente reperibile che abbiamo sempre amato e usato con profitto dai tempi in cui era una comunità un po’ più ristretta di scienziati e esperti di programmazione e non si chiamava web. Il ruolo di internet come le ruote per la mente non è in discussione.

Il secondo punto è che ci sono delle novità, ben descritte nel libro, che vanno su due filoni: l’aumento di affluenza alla rete consentito da tecnologie di pubblicazione sempre più amichevoli e la perdita di terreno dei media tradizionali.

La somma degli ultimi due fattori è una proliferazione di fuffa che non è minimamente contrastata dalla blogosfera e investe di ritorno anche i media tradizionali, come nel caso dei giornali che sempre più spesso stampano notizie quasi vere prese da fonti su Internet.

Tracciare la conoscenza è un problema sempre maggiore e una disciplina poco insegnata e poco praticata, anche in ambito universitario, come si sottolinea nel libro.

Se il web degli anni ’90 fosse stato quello del progetto Xanadu, di cui abbiamo parlato, e non quello di Tim Berners-Lee, il tracciamento sarebbe stato automatico, ma la rete ha giustamente scelto la strada meno involuta tecnicamente.

I problema di tracciare l’informazione è ben posto e svolto nel libro e bene fa la presentazione del libro sul sito Laterza a concentrarsi su questo punto, sicuramente, sarà un tema importante dell’evoluzione tecnologica nel prossimo futuro, non solo perché è importante socialmente risolvere questo problema, ma anche per una forza più potente: la pigrizia.

Non abbiamo infatti il tempo e le energie di rileggere per la centesima volta il copia e incolla della stessa notizia o di derivati man mano che i blogger più disparati si imbattono nelle tracce di una certa informazione. Nessuno ha il tempo e le energie per accumulare derivati tossici, stavolta di informazioni. Quindi il problema sarà risolto nei prossimi anni.

Angeli e matematici

Passo davanti al televisore mentre il programma di Minoli parla del libro di Dan Brown e sento una voce che legge una frase che lamenta il fatto che albe e tramonti si siano ridotti a lunghezze d’onda e che la complessità dell’universo si riduca a un insieme di equazioni.
Com’è ingenuo questo modo di ragionare, solo a chi non ha nessuna comprensione per la matematica e per la fisica può sfuggire il fatto che queste equazioni, se esistono, hanno la stessa meravigliosa ricchezza di sfaccettature di quello che rappresentano.
Eppure questa cosa semplice sfugge a tutti gli uomini di cultura che non hanno comprensione per la scienza: che chi ama la matematica la venera per l’eleganza e la bellezza che proietta sull’universo, un concetto affine, chissà forse isomorfo, allo stupore di chi vede il disegno di Dio nel tessuto delle cose.

Discussione cercasi. 1: i mezzi

Per uno come me, che si è formato sui canoni della Internet prima del browser, è sempre interessante fare dei confronti fra le forme di comunicazione nelle diverse fasi evolutive.

La internet dei blog ha visto un’esplosione della pubblicazione, ma, stranamente, anche un peggioramento della discussione per lo meno sotto certi punti di vista, vediamo come.

Nel 1985 non c’erano molte scelte e i canali di comunicazione erano sostanzialmente tre: la posta per le comunicazioni da persona a persona, le mailing list per le discussioni da fare in pubblico fra un gruppo ristretto di persone, per esempio i membri di un team di progetto, magari distribuiti geograficamente sulle sponde di due oceani.

L’ultima forma di discussione, la discussione pubblica a tema avveniva sulle Usenet news.

Le news, che adesso sono più note come parte di Google Groups, erano una specie di forum di discussione realizzati riciclando in larga parte il formato dei messaggi di posta e aggiungendo una directory globale di argomenti, mutuata dall’allora nascente domain name system.

I gruppi di discussione avevano nomi come comp.lang.c++, comp.lang.c o alt.guitar.bass. Ogni gruppo di discussione era dedicato a un argomento specifico. Le uscite dal seminato erano poco tollerate.

C’erano almeno tre cose notevoli di quel periodo che francamente mancano adesso.

In primo luogo l’elemento portante della discussione era un formato dati definito in uno standard pubblico, come è oggi HTML. Il trasporto dei messaggi si basava su un protocollo definito in uno standard pubblico. Grazie a NNTP i server che partecipavano alla discussione, sostanzialmente tutti i grandi server aziendali, si collegavano punto a punto e si scambiavano gli elenchi dei messaggi per stabilire cosa copiare da uno all’altro. I documenti presenti a un capo e non all’altro venivano trasmessi in modo da aggiornare lo stato di entrambi i server partecipanti a uno scambio.

Così, di scambio in scambio, con questo meccanismo detto store and forward (conserva e inoltra) i messaggi si propagavano – lentamente – per tutta la rete.

Gli archivi di quei messaggi sono stati conservati e Google possiede sostanzialmente tutto quello di cui si è dibattuto dagli anni ’80 ad ora, quindi quelle discussioni sono state persistenti e sono sopravvissute alla nascita del PC IBM, a MS-DOS, a Windows. Perché l’organizzazione era estesa oltre i computer.

Le news erano più aperte, più persistenti, più organizzate dei forum e dei blog di oggi e la discussione era più organizzata e navigabile.

Oggi le tue parole sono dentro facebook o Friendfeed, o sparse per i vari blog senza garanzie di persistenza nel caso che qualche sito chiuda, di consistenza fra siti diversi, di indicizzabilità e reperibilità. In ultima analisi non sono più le tue parole ma il content offerto da servizi di relazione di massa o dal blog in cui hai iniziato una discussione.

L’unico strumento che cerca di dare una visione unitaria di ciò che viene detto in contesti diversi è Friendfeed, che però viene – purtroppo – utilizzato solo per veloci chat, come IRC. Non è un problema di Friendfeed, che permette anche interventi più lunghi di Twitter, ma un problema di come ci si mette in relazione su Friendfeed.

(segue)

L’idealismo e il software

L’idealismo, lo ricordate, è quella buffa corrente di pensiero filosofico che sostiene che lo spirito crea la realtà, perché il mondo è inseparabile dalla mente di chi lo percepisce.
Se questo faceva tanto ridere nei banchi di scuola, nella versione techno del film Matrix era un pensiero disturbante, ma plausibile.
Comunque, lasciando il terreno filosofico, l’idealismo è assolutamente tangibile nel software: sono le idee che creano le cose. Impossibile che esista un programma o una tecnologia senza qualcuno che abbia avuto l’idea.
Su Internet questo è ancora più strano, perché l’accendersi delle lampadine collettive è percepibile, tanto che io lo esprimo in questa maniera:

Tao del web: se un software dovrebbe logicamente esserci, molto probabilmente qualcuno lo ha già fatto.

E spesso lo ha anche già messo a disposizione in un repository open source.
Per questa ragione ci fa piacere che un desiderio che abbiamo espresso qualche post fa ha generato una realtà che si è manifestata alla Nokia Developer Conference a Monte Carlo.
Una società chiamata eyeSight ha dimostrato un sistema basato su gesti che permette di pilotare uno smartphone Nokia gesticolando davanti alla piccola telecamera come se il cellulare avesse un touch screen invisibile. Questo dovrebbe renderci, come ho detto, più buffi, ma è molto meglio che schiacciare tastini per spostare di qua e di la lo spioncino attraverso cui tocca vedere il mondo su un cellulare.
Il prossimo passo è un display virtuale di un metro e mezzo per un metro alla distanza di un braccio.